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Letteratura

29/5/2017

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Letteratura

L’ultima cosa bella

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Storie che toccano le corde più intime dell’anima. “L’ultima cosa bella” (Rizzoli) il libro di Giada Lonati è un omaggio alla vita perché racconta la dignità, la bellezza di andarsene, perché la fase #terminale della vita non deve essere pensata come l’ultimo baluardo, qualcosa che annienta, o se anche lo si pensa la dottoressa cerca di rendere tutto più dolce regalando loro ultimi istanti di felicità. È sempre difficile lottare, vivere, combattere il dolore, essere consapevoli di dovere andare via, ma poi vi sono questi angeli della prima o della ultima ora che rendono piacevole anche il momento più amaro della vita e regalano un sorriso e un sostegno.

 

Giada Lonati è un direttore socio sanitario di Vidas, associazione milanese che dal 1982 assiste gratuitamente i malati terminali e le loro famiglie, è un medico palliative ovvero cura malati che non rispondono più alle cure e che quindi sono destinati alla morte. Sa che non c’è speranza per loro ma tenta di ridargliela simbolicamente. Sostiene mamme, figli, genitori, fratelli e spiega anche come la medicina stia cambiando, dall'idea del medico "onnipotente" si è passati all'immagine del medico che aiuta, consiglia, aiuta a scegliere, è vicino a te.

È difficile anche portare conforto a queste persone perché pochi si sentono di dare l’ultimo saluto a un amico/a, di vedere un ammalato/a che regredisce, di vedere e toccare con mano la sofferenza interiore ed esteriore.

 

La Lonati invita a farlo in quanto la fine deve essere anche una festa, per il malato e chi lo circonda, è bello andarsene con gioia, è bello ridare dignità e avere la libertà di scegliere quando andarsene e come.

E tutto ciò fa apprezzare la straordinarietà delle piccole cose, un raggio di sole al mattino, i sapori della buona cucina, la carezza di un animale, il profumo della terra bagnata e il suono della pioggia. La bellezza insomma della natura, di un viaggio, di tutto ciò che è puro e semplice.

Una poesia meravigliosa di un anonimo di cui non si è mai riusciti a identificarne la persona diceva che crescendo si impara che la felicità è data dalla semplicità, dalla semplicità delle piccole cose quotidiane, dal preparare un pranzo, un caffè, leggere un libro, circondarsi d'amore e di affetti, dal ricevere una telefonata o un pensiero, un gesto dal proprio amato, un simbolo d'amore. La semplicità non è inseguire sfide ed emozioni stratosferiche, ma arrivare, piano piano a piccoli (grandi) traguardi.

Da Blasting News

 

 

SINOSSI:

Mai come oggi i successi della medicina ci consentono di accarezzare l’illusione dell’immortalità. Però, anche quando saremo guariti una, cento, mille volte, alla fine moriremo. È una cattiva notizia ma è così. Succederà a tutti noi, almeno per quel che ci è dato sapere. Perché allora la morte continua a essere il grande rimosso della nostra cultura? Se prima o poi anche l’Italia avrà una legge per cui saremo chiamati a esprimere le nostre volontà in un “testamento biologico”, come potremo farlo se non siamo in grado di integrare la fine della vita nel nostro orizzonte, di riconoscerci innanzitutto parte di un’umanità mortale? Come possiamo rivendicare la libertà di prendere delle decisioni sul nostro fine vita se vogliamo ostinatamente compiere questa scelta a occhi chiusi?Giada Lonati è un medico palliativista, il suo lavoro comincia quando la medicina che guarisce è stata sconfitta, quando si dice che “non c’è più niente da fare”, e invece c’è ancora moltissimo da fare. Si occupa di accompagnare persone vive (vivissime) in quell’ultimo tratto in cui tutto cambia significato e prende senso. Quel tratto in cui irrompe una consapevolezza nuova nelle nostre vite, un sapere che getterà una luce più nitida sul nostro presente, darà una dimensione diversa al nostro tempo, ci renderà più intensamente vivi. Una sapienza che l’autrice condivide in queste pagine, ricche di pienezza umana e capaci di rimetterci in relazione con noi stessi, con il nostro essere qui e ora. Perché una speranza vera è realizzabile solo nell’orizzonte del possibile. E riconoscerci mortali e transitori, lungi dall’essere soltanto una scoperta dolorosa, può aiutarci a maturare uno sguardo rivoluzionario sul mondo, ad aprire gli occhi sulla bellezza ultima del quotidiano.

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